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Peppe Zidda
Uomo
di fiducia del presidente argentino Juan Peron .
Peppe Zidda, il "sardus pater",
come lo chiamavano scherzosamente gli amici, era nato a Orune e aveva alle
spalle una storia da romanzo. La vita lo ha sottoposto a tali e tante di quelle
prove da forgiarlo come l'acciaio. Anche l'aspetto fisico alto e dinoccolato,con
quel faccione che sembrava una maschera di legno, che lo facevano somigliare a
un protosardo, portavano i segni di tante prove e di tante battaglie. Ma proprio
per queste sembianze da "eroe" sardo sembrava indistruttibile.
Già minato dal male partecipò a Mar del Plata al congresso della Federazione dei
circoli sardi in Argentina, una creatura che deve l'esistenza, in buona parte,
alla sua cocciutaggine e al suo senso della sardità.
Ma non aveva voluto mancare e anzi, era stato, ancora una volta protagonista,
preparando con l'aiuto dei suoi allievi, un sontuoso pranzo, di quelli che nei
grandi alberghi di Bariloce allestiva per Juan Peron.
Peppe Zidda è stato il primo a richiamare l'attenzione delle autorità regionali
sull'esistenza di una parte di "emigrati sardi dimenticati" oltreoceano. Lo
aveva fatto attraverso le pagine del Messaggero, con una lunga e accorata
lettera in cui invocava l'attenzione della Regione per tutti gli emigrati, non
solo per quelli in Europa. E da quella lettera che è cominciato un ripensamento
della politica regionale per l'emigrazione.
Fino ad allora era stata l'emergenza dell'esodo verso i paesi dell'Europa e del
triangolo industriale del Nord Italia - dove era sorto un movimento di lotta
organizzato e combattivo - a calamitare le iniziative del Fondo sociale.
Il flusso migratorio verso le Americhe e l'Australia era avvenuto in tempi più
lontani e in modo più graduale. Sembrava che con la distanza fossero stati
recisi anche i legami affettivi e culturali.
Niente di più sbagliato. E a gridare la sardità degli emigrati in Argentina era
stato, tra i primi Peppe Zidda.
Abituato a lottare per sopravvivere, Peppe Zidda, faceva della rivendicazione
dei propri diritti un punto di forza.
Era ancora bambino, non aveva 14 anni, quando fu costretto a lasciare Orune e a
trasferirsi a Carbonia, per trovare nelle miniere di carbone un lavoro con cui
sfamare anche i fratellini. Fu il più giovane muratore italiano. Ottenne infatti
il permesso di dì scendere in galleria pur essendo ancora un ragazzo, per poter
guadagnare qualche lira in più per sbarcare il lunario. Quando scoppiò la guerra
fu mandato al fronte e fu fatto prigioniero. In un campo di concentramento
riuscì a sopravvivere mangiando anche le bucce delle patate. Rientrato in Italia
provò l'amarezza di essere accolto non come un combattente ma da sconfitto.
"Avevamo combattuto, perso gli amici più cari, superato le umiliazioni più
incredibili per sentirci trattare quasi con disprezzo. E' una ferita - amava
raccontare - che non si è mai cicatrizzata".
In Sardegna lavorò qualche mese nella lotta antimalarica. Poi partì per
l'Argentina dove c'era un parente. Lavorò come scalpellino in una cava di Mar
del Plata, la più nota località turistica argentina, diventata poi una sorta di
Rimini sull'Oceano Atlantico.
"Uscivamo di casa che era ancora buio - raccontava - e tornavamo che era ancora
scuro". Un lavoro massacrante che lo debilitò.
Finì in ospedale dove durante la convalescenza si rese utile facendo lavoretti
in cucina. Imparò a cucinare("il cibo, nel bene e nel male - diceva - è una
costante nella mia esistenza, per molto tempo niente e poi un'abbondanza
inimmaginabile").
Per farla breve con il passare degli anni si rivelò un vero talento tra i
fornelli fino a diventare il capo dei cuochi del più importante grand
hotel di argentina, dove si facevano anche i pranzi ufficiali del governo.
In Peppe Zidda colpiva la grande serenità e l'amore per il prossimo ma anche la
fermezza con cui difendeva i suoi diritti.
Una volta, rientrato in Sardegna per una riunione di emigrati, essendoci una
consultazione elettorale, rientrò ad Orune per votare e quando il presidente di
seggio gli disse che non avendo un documento italiano non poteva consentirgli di
esercitare il suo diritto, scomodò il prefetto e il ministero dell'interno fino
a quando ottenne di poter fare il suo dovere di cittadino.
E la stessa caparbietà - con la sua splendida e aulica parlata, in un italiano
quasi perfetto che non si sa dove avesse imparato - Peppe Zidda l'aveva nelle
rivendicazione dei diritti degli emigrati sardi in Argentina.
Ora nel lontano Sudamerica sono sorti molti circoli ed è stata costituita la
Federazione di quelli in Argentina.
Per onorare la memoria di Peppe Zidda si dovrà continuare a operare per farli
crescere e prosperare perché i valori della cultura e dell'identità sarda non
vadano perduti.
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Sulla figura di Peppe Zidda ha
scritto Peppino Canneddu
nel
libro :”Juan
Peron Giovanni Piras due
nomi una persona” --
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